Il corpo come archivio
Ci sono dolori che non iniziano nel corpo.
O forse sì, ma non nel modo in cui siamo abituati a pensarlo.
Una recente revisione sistematica pubblicata su Neuroscience & Biobehavioral Reviews suggerisce che il dolore cronico possa essere, in alcuni casi, anche una traccia di esperienze traumatiche passate. Non solo un sintomo, ma una memoria incarnata.
Secondo gli studi analizzati, chi ha vissuto traumi, soprattutto nell’infanzia, mostra alterazioni in alcune aree del cervello coinvolte nella percezione del dolore, nella memoria e nella regolazione emotiva, come l’ippocampo, l’insula e la corteccia cingolata.
Ma non si tratta solo di “zone danneggiate”.
Si tratta di reti.
In particolare, due grandi sistemi cerebrali sembrano giocare un ruolo chiave: la salience network, che ci aiuta a capire cosa è rilevante per la nostra sopravvivenza, e la default mode network, legata ai pensieri interni, ai ricordi, alla narrazione di sé.
Quando il trauma entra in queste reti, qualcosa cambia: il corpo può restare in uno stato di allerta sottile, costante. E il dolore, allora, non è più solo una risposta a uno stimolo fisico, ma diventa un linguaggio.
Un linguaggio che non sempre sappiamo tradurre.
Forse, in alcuni casi, il dolore cronico è anche questo: una storia che il corpo continua a raccontare, quando le parole non sono mai state abbastanza.
Riferimenti
Lim, T. E., Fitzpatrick, E., Sharma, S., Norman-Nott, N., Hesam-Shariati, N., McAuley, J. H., Cashin, A. G., Gustin, S. M., & Quidé, Y. (2026). Brain correlates of psychological trauma in chronic pain: A systematic review. Neuroscience & Biobehavioral Reviews

