Il linguaggio silenzioso del cibo
Ci sono esperienze che non restano nei ricordi, ma nel corpo. A volte riemergono nel modo in cui mangiamo.
Un recente studio su Development and Psychopathology (2025) mostra che i traumi infantili non aumentano solo il rischio di disturbi alimentari, ma incidono anche su una capacità fondamentale: comprendere le proprie emozioni. Quando da piccoli non abbiamo avuto qualcuno che ci aiutasse a dare senso a ciò che provavamo, da adulti possiamo ritrovarci con stati interni confusi, difficili da riconoscere e da gestire.
È qui che entra in gioco il cibo.
Mangiare troppo, troppo poco o perdere il controllo può diventare un modo per regolare emozioni che non riusciamo a pensare. Non è una questione di forza di volontà, ma di strumenti emotivi: quando mancano le parole, il corpo prende il loro posto.
In questa prospettiva, il disturbo alimentare non è solo un problema legato al cibo, ma un tentativo di gestire qualcosa di più profondo. Un modo, spesso inconsapevole, per dare forma a vissuti che non hanno trovato spazio.
Il punto allora non è solo cambiare comportamento, ma imparare a riconoscere ciò che si sente. Perché ciò che non può essere pensato, prima o poi, cerca comunque un modo per essere espresso.
Riferimenti
Santoro, G., Cannavò, M., Schimmenti, A., & Barberis, N. (2025). Childhood trauma and eating disorder risk among young adult females: The mediating role of mentalization. Development and Psychopathology.

