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Imparare a integrare il passato e il presente attraverso la terapia

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Con una conoscenza progressiva sempre più scientifica della neurobiologia del trauma, i ricordi traumatici possono essere ora compresi come un fenomeno altamente complesso.

Il modo in cui ciascun individuo immagazzina ricordi del passato traumatico è unico e differente, ma quello che è comune è che i ricordi sono frammentati e disintegrati.

 

Affinché il trattamento del trauma sia efficace, a prescindere dalle tecniche impiegate, i survivors devono essere in grado di integrare il passato e il presente.

Concretamente, questo passaggio richiede educazione: su cosa è e non è il ricordo traumatico, su quali sono gli stimoli scatenanti, su come etichettare accuratamente gli stati innescati – ad esempio, “questa è una memoria sensoriale, questa è una memoria del corpo” – e sul coltivare l’abilità di fidarsi che gli stati innescati “raccontano la storia” del passato.

Quando il terapeuta riesce ad aiutare il paziente a connettere le memorie implicite alle parti bambine del sé, a quel punto è più facile affrontarle come ricordo di vecchi pericoli piuttosto che come segni di minacce attuali. Quando le sensazioni, emozioni e immagini innescate vengono ricontestualizzate come “sensazioni ed emozioni delle parti bambine”, a quel punto i pazienti sono più in grado di tollerarne l’intensità.

 

Alcuni survivors hanno ricordi più espliciti, altri pochi o nessuno. Tutti hanno un mucchio di memorie implicite, tra cui i pensieri e le emozioni correlati al trauma, le risposte di attivazione fisiologica automatiche, i ricordi del corpo e dei muscoli, i ricordi viscerali, così come i ricordi olfattivi, visivi e uditivi. Le “abitudini” dei survivors sono anche codificate come comportamenti appresi in modo procedurale, per esempio tendenze a disconnettersi automaticamente da forti emozioni o sentirsi sopraffatti da esse, difficoltà a instaurare il contatto oculare, bisogno di una certa prossimità fisica o distanza dagli altri, ritiro o isolamento, difficoltà a chiedere aiuto o a esprimere emozioni e informazioni personali, una tendenza a dire “troppo” o “troppo poco”, paura delle emozioni o dell’espressione emotiva, evitare di dare le spalle a qualcuno, alle porte o alle finestre, tendenza a congelarsi, aggredire o scappare in risposta allo stress e agli stimoli scatenanti…

Una volta che lo stimolo scatenante si generalizza, il corpo risponde a esso come fosse un segnale di pericolo a sé stante; la corteccia prefrontale, che aiuterebbe a rivalutare lo stimolo minaccioso, si spegne e non c’è quindi alcuna testimonianza da parte del cervello che possa aiutare a discriminare il ricordo dalla realtà attuale.

Se i ricordi impliciti e le risposte traumatiche sono associate a una parte bambina, l’esame di realtà sarà ancora più difficile perché l’elaborazione fatta dalla parte infantile, limitata dall’età e dalla fase di sviluppo, tende a essere più concreta e tangibile.

Riferimenti

  • Fisher, J. (2017). Healing the Fragmented Selves of Trauma Survivors. Overcoming Internal Self-Alienation. Routledge