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Il trauma di chi fugge da guerre e violenze. Intervista a Chiara Ragni.

IL VASO DI PANDORA·MARTEDÌ 20 GIUGNO 2017

Spesso queste persone, come i sopravvissuti a catastrofi naturali, si e ci chiedono “perchè è accaduto a me?”. Non riescono, cioè, a dare un senso a quello che hanno visto e subito. Si sentono vittime inermi di fronte a una violenza che non capiscono.

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, Pandora intervista Chiara Ragni, psicologa delle migrazioni e responsabile di un progetto Sprar in provincia di Vicenza.

di Paola Di Lazzaro

Chiara Ragni ho avuto la fortuna di conoscerla qualche tempo fa, lei docente a lezione del Master di Etnopsichiatria e Piscologia delle Migrazioni all’Istituto Beck di Roma io in prima fila a tartassarla di domande e oggi qui a intervistarla, perché quando trovi una persona che di rifugiati ne sa e tanto, così come di psicologia, di migrazioni e di accoglienza, è meglio mettere a sistema questo patrimonio.

Chiara ma esattamente tu come sei arrivata ad occuparti di psicologia delle migrazioni, che diciamocelo, non è certo il tema né più glamour né più ambito per chi si laurea in psicologia?

Mi sono laureata in psicologia a Padova con una tesi in psicologia sociale dal titolo “Delitto d’onore e percezione della responsabilità. Un’indagine negli istituti penitenziari italiani”. Lavorando alla tesi ho iniziato ad incontrare i migranti detenuti per reati anche gravi. Nella relazione con loro le categorie che ho sempre utilizzato: libertà, malattia, psiche, responsabilità, ecc. sono entrate profondamente in crisi. I paradigmi della psicologia che ero abituata ad utilizzare non reggevano più e ho iniziato a chiedermi in che modo guardavo il mondo. A quel punto ho sentito la necessità di approfondire le conoscenze teoriche sull’intercultura e sulla relazione interculturale. Così ho frequentato diversi corsi di perfezionamento e un master sul tema. Galeotto fu lo stage obbligatorio che ho svolto in un’associazione di Schio (VI), Il mondo nella città o.n.l.u.s., che dalla fine degli anni 90 gestisce progetti di accoglienza e integrazione per richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, nella quale lavoro tuttora.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Sono responsabile del progetto SPRAR gestito dall’associazione per conto del comune di Santorso (VI). Il mio lavoro si svolge su diversi piani che si intersecano a vari livelli: mi occupo delle questioni burocratiche relative alla gestione del progetto ma, soprattutto, delle relazioni con i comuni e il territorio. Altro compito è quello del coordinamento dell’équipe di lavoro, strumento fondamentale per supportare e sopportare le storie e i vissuti, spesso traumatici, dei nostri ospiti. Non è pensabile, infatti, lavorare il trauma da soli, ma è necessario costruire un “ambiente terapeutico” soprattutto lavorando nei progetti di accoglienza. Sono convinta, infatti, che il nostro lavoro di operatori sia quello di praticare degli “atti terapeutici” piuttosto che fare psicoterapie in senso stretto. Spesso i tempi dell’accoglienza sono troppo brevi e le persone accolte hanno altre priorità, come cercare un lavoro, imparare la lingua, quindi è difficile impostare un lavoro psicoterapeutico “classico”. L’équipe allargata: gli operatori dell’accoglienza, gli insegnanti di italiano, il personale amministrativo, l’operatore legale svolgono un ruolo terapeutico fondamentale. Poi c’è la parte di lavoro direttamente con gli ospiti del progetto: mi occupo della valutazione psicologica iniziale e, insieme all’operatore legale, della preparazione delle memorie personali per l’audizione di fronte alla commissione territoriale. Infine faccio colloqui di sostegno psicologico con le persone più in difficoltà che mi sono segnalate dagli altri membri dell’équipe.

Quali sono i sintomi di malessere psicologico più diffuso dentro un centro di accoglienza?

I segnali di malessere possono essere vari: dai disturbi del sonno (persone che lamentano difficoltà ad addormentarsi o incubi notturni) a quelli dell’alimentazione (scarso appetito o difficoltà a distinguere i sapori), da tutti i sintomi che noi inquadreremmo in disturbi dell’umore o di ansia a manifestazioni più gravi come deliri, soprattutto paranoici, e allucinazioni. Spesso si verificano anche comportamenti aggressivi nei confronti degli altri ospiti oppure mancanza di interesse per le attività della vita quotidiana. Molto spesso, inoltre, le persone in accoglienza lamentano malesseri fisici che non hanno alcun riscontro organico (mal di testa, mal di stomaco, dermatiti, ecc.) e che si rivelano, alla fine, sintomi di stress.

Quanto sono cambiati i disturbi psicologici dei migranti (parliamo sempre di migranti forzati) negli anni? E come sono cambiati?

In base alla mia esperienza non posso dire che siano cambiati i disturbi o i sintomi di malessere dei migranti forzati piuttosto mi sembra di poter affermare che sia cambiata la tipologia, se così si può dire, delle persone che arrivano. Negli ultimi anni, per esempio, si è decisamente abbassata l’età di coloro che arrivano forzatamente. Sono persone sempre più giovani, con un livello di istruzione molto basso, a volte analfabeti in lingua madre. Arrivano molte più donne che in passato. Anche loro giovanissime e nella maggior parte dei casi vittime di tratta a scopo di sfruttamento.

Fino a cinque o sei anni fa arrivavano per lo più uomini single, con un livello di istruzione alto o molto alto che avevano subito violenze o torture nel loro Paese di origine. Spesso i viaggi, a differenza di quanto accade ora, erano molto lunghi. Le persone scappavano improvvisamente dal loro Paese e cercavano rifugio in un Paese confinante attivando immediatamente le proprie risorse personali per cercare di continuare il viaggio e “preparandosi” anche psicologicamente a ciò che li aspettava. Oppure arrivavano in Italia direttamente in aereo, acquistando documenti falsi dai passeur, e chiedendo asilo una volta in aeroporto.

Oggi ci troviamo di fronte a persone che fino a due mesi prima non avevano ancora deciso di partire e che una volta presa tale decisione si trovano in un vero tritacarne di sfruttatori che li costringono a viaggi pericolosi e ai quali arrivano del tutto impreparati. Quello che mi sembra sia cambiato, quindi, non è tanto la manifestazione del malessere quanto piuttosto le capacità che queste persone hanno di far fronte alle difficoltà che incontrano.

Il sistema di accoglienza italiano è preparato per offrire assistenza psicologica a queste persone?

Penso che la criticità non sia tanto all’interno del sistema di accoglienza all’interno del quale, in molti casi, lavorano professionisti sensibili e attenti al tema con una forte motivazione e l’esigenza di formazione rispetto al tema. Penso che ci siano maggiori criticità all’esterno dei progetti di accoglienza. Dobbiamo ricordare che spesso i tempi dell’accoglienza non coincidono con i “tempi della psiche”, quindi capita che disturbi psicologici anche gravi si manifestino quando le persone sono già uscite dal sistema. Credo che sia necessario chiedersi piuttosto se il SSN abbia la preparazione necessaria per offrire assistenza psicologica a queste persone. Negli ultimi anni sono aumentati i servizi di salute mentale pubblici che si stanno dotando di personale formato a lavorare con i migranti forzati, ma mi sembra di poter affermare che si tratta ancora di mosche bianche. Le motivazioni sono diverse: dalla mancanza di fondi per la formazione del personale, alla ristrutturazione dei servizi alla quale stiamo assistendo in molti territori, al fatto che fino a pochi anni fa molti servizi territoriali non avevano mai incontrato questo tipo di utenza. Forse, però, possiamo rintracciare una motivazione anche teorica: spesso di pensa che le malattie mentali e il modo in cui noi le curiamo siano “universali”. Una persona che soffre di un Disturbo da Stress Post Traumatico è la stessa indipendentemente dalla sua provenienza e i farmaci o la psicoterapia funzionano allo stesso modo indipendentemente dalla sua provenienza. Fortunatamente nell’incontro sempre più frequente con i migranti forzati questi assiomi stanno iniziando a scricchiolare e i servizi sempre di più sono costretti a ripensare alle loro modalità di azione. Basti pensare che ormai quasi ovunque i servizi di salute mentale attivano servizi di mediazione culturale per rapportarsi ai migranti. Questo mi sembra un segnale di cambiamento importante.

Si può’ “guarire” dal trauma?

Questa domanda meriterebbe un approfondimento su ciò che intendiamo per guarigione e per malattia. Mi limito a dire che penso si possano eliminare i sintomi di disagio che il trauma comporta. La persona che ha incubi e flashback rispetto agli eventi traumatici che ha subito arriva a non manifestare più tali disturbi. L’evento o gli eventi traumatici, invece, sono ferite indelebili per le persone. Credo sia un errore pensare di eliminarle. Il lavoro clinico consiste nel permettere la cicatrizzazione di tali ferite, dare un senso a quelle cicatrici rispetto alla storia di quella persona e, se possibile, cercare di valorizzarle non di nasconderle.

Spesso i migranti dicono “non voglio parlarne, voglio solo dimenticare”, ma questo tentativo di rimozione non riesce quasi mai. Spesso le vittime di tortura fanno uso di alcool e/o droghe per cercare di dimenticare o di non pensare a ciò che è stato. Penso che, invece, sia necessario partire proprio dalla storia e dall’esperienza del trauma per potersela lasciare alle spalle e iniziare a pensare a un futuro possibile.

In questi anni avrai incontrato decine e decine di persone, ci puoi raccontare qualcuna di queste storie?

È una domanda difficile. Molte delle persone che ho incontrato in questi anni mi hanno colpito e incuriosito per un aspetto o per un altro.

Ricordo, per esempio, una donna ivoriana, incontrata diversi anni fa, con un problema di amenorrea. Dall’ecografia è emerso che, nel suo Paese, le erano stati asportati utero e ovaie a sua insaputa in seguito ad un intervento chirurgico non necessario e imposto dall’uomo che era stata costretta a sposare e che lei rifiutava. Io ero presente nel momento in cui il medico le ha comunicato che, in seguito a questo intervento, non avrebbe più potuto avere figli.

L’esposizione a questa sofferenza, in quel momento, in-dicibile per entrambe è stata fondamentale per mettere in crisi l’assunto della necessità di essere neutrale da parte del terapeuta. L’impossibilità di essere neutrali di fronte a questo tipo di eventi, tuttavia, rende ancora più evidente la necessità per gli operatori, che a vario titolo lavorano con i migranti forzati, di “proteggersi” dall’impatto violento delle loro storie. Un rifugiato del Camerun, che era stato reclutato forzatamente dagli oppositori del regime di Gheddafi in Libia e costretto ad assistere all’uccisione di molti civili, mi ha detto che non poteva raccontarmi ciò che aveva subito perchè quando lo aveva fatto la persona con cui aveva parlato si era spaventata molto e non voleva che anch’io mi spaventassi sentendolo parlare.

Un altro caso che ricordo è quello di un uomo, anche lui della Costa d’Avorio, che aveva partecipato alle manifestazioni contro Gbabo ed era stato arrestato. Era riuscito a fuggire dalla prigione e da lì era scappato in Ghana. Ha lasciato sua moglie e i suoi figli in Costa d’Avorio ed è riuscito a comunicare la sua partenza solo dopo l’arrivo in Italia. Quest’uomo, una volta giunto in Libia, ha deciso di non imbarcarsi per l’Italia, ma di arrivare in Turchia e da lì è arrivato in Italia, a piedi, attraversando Grecia, Bulgaria, Serbia, Bosnia, Croazia e Slovenia.

La sua storia è stata per me interessante perchè mi ha permesso di interrogarmi su ciò che è traumatico. Io davo per scontato che il trauma fosse localizzato nel Paese di origine: la prigionia e le violenze subite nel periodo di detenzione, la fuga improvvisa e non programmata. Per lui, invece, il trauma era localizzato in Serbia, Paese nel quale è stato chiuso in un campo profughi (un recinto all’aperto dal quale non poteva uscire) e costretto a subire gli insulti e le violenze della popolazione locale contraria all’accoglienza.

Artista nel suo Paese di origine il lavoro con lui è consistito nell’individuare nella pittura la modalità di comunicazione a lui più congeniale e rendere pubblica, attraverso l’esposizione dei suoi lavori, la sua storia.

Dopo l’emergenza Nordafrica, nel 2011, sembrerebbe che in Italia arrivino soprattutto rifugiati vittime di torture e di molteplici violenze questa cosa ha un impatto evidente anche dal punto di vista clinico?

In realtà chi lavora con i migranti forzati sa bene che la percentuale di persone vittime di tortura o violenza intenzionale è sempre stata molto alta. Anzi posso affermare che il “rifugiato tipo” ai sensi della Convenzione di Ginevra è proprio colui/colei che ha subito persecuzioni personali, comprese torture o violenze, per uno dei motivi citati proprio dalla Convenzione.

Quello che è cambiato, e che crea delle difficoltà anche sul piano clinico, è che non possiamo più distinguere chiaramente nelle storie di vita delle persone che arrivano gli agenti della tortura, né le motivazioni. I migranti forzati di oggi sono sottoposti a moltissimi tipi di violenza fisica e psicologica alle quali spesso è difficile dare un senso. Faccio un esempio. Le persone togolesi che scappavano dal regime del “presidente” Gnassingbé negli anni tra il 2005 e il 2007, oppositori politici, che avevano subito dei periodi di prigionia durante i quali la tortura per estorcere informazioni era all’ordine del giorno, così come le uccisioni arbitrarie di chiunque osasse contestare il “presidente”, sapevano chiaramente chi e perchè erano stati costretti a subire quelle violenze. In questi casi il lavoro clinico, seguendo le teorie del Françoise Sironi, si concentrava sul rinsaldare il legame tra storia individuale e Storia Collettiva. Una importante leva terapeutica consisteva nel ruolo di “testimoni” di queste persone delle violenze che il loro popolo stava subendo e che avevano subito loro proprio in quanto appartenenti a quella comunità. Rinsaldare questo legame con la comunità di origine permetteva a queste persone di ricostruire una rete sociale di appartenenze fondamentale per processo di superamento del trauma.

Le persone che arrivano adesso hanno spesso subito violenze e torture durante il viaggio e soprattutto in Libia. Spesso queste persone, come i sopravvissuti a catastrofi naturali, si e ci chiedono “perchè è accaduto a me?”. Non riescono, cioè, a dare un senso a quello che hanno visto e subito. Si sentono vittime inermi di fronte a una violenza che non capiscono. Questo sicuramente ha un impatto importante nel lavoro clinico e chiede, a noi clinici e operatori, un ripensamento delle nostre pratiche terapeutiche.

 

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