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Il neglect: il trauma di ciò che non c’è stato

Quando si parla di trauma, il pensiero corre spesso a eventi drammatici: un incidente, una violenza, una calamità naturale. Eppure esiste una forma di sofferenza molto più silenziosa, che spesso passa inosservata persino a chi l’ha vissuta: il neglect, ovvero la trascuratezza emotiva.

Il neglect non coincide necessariamente con maltrattamenti o abusi. È, piuttosto, l’assenza ripetuta di ciò di cui un bambino avrebbe bisogno per crescere sentendosi al sicuro: uno sguardo che rassicura, una presenza che consola, un adulto capace di riconoscere e accogliere le sue emozioni.

Un bambino che piange e non viene confortato, che ha paura ma non trova protezione, che cerca attenzione e riceve indifferenza, impara progressivamente a non dare valore ai propri bisogni. Non perché questi scompaiano, ma perché non trovano risposta.

Con il tempo, questo adattamento può trasformarsi in una modalità stabile di funzionamento. Da adulto, la persona può avere difficoltà a riconoscere ciò che prova, chiedere aiuto può sembrare impossibile e prendersi cura di sé può suscitare perfino senso di colpa. Spesso emerge la convinzione di dover affrontare tutto da soli, di non meritare attenzione o di essere “troppo” quando si esprime un bisogno.

Una delle caratteristiche del neglect è proprio la sua invisibilità. Molte persone raccontano un’infanzia “normale”, ricordano di non aver subito violenze e faticano a comprendere il motivo del proprio disagio. Eppure, il trauma non riguarda solo ciò che è accaduto, ma anche ciò che sarebbe dovuto accadere e non è successo.

Le relazioni di cura hanno il compito di insegnare al bambino a regolare le emozioni, a sentirsi al sicuro e a costruire un’immagine positiva di sé. Quando queste esperienze mancano in modo costante, possono lasciare una traccia profonda nello sviluppo emotivo.

La buona notizia è che queste modalità non sono immutabili. Attraverso relazioni significative e percorsi psicoterapeutici è possibile costruire nuove esperienze di sicurezza, imparare a riconoscere i propri bisogni e sviluppare una relazione più gentile con sé stessi.

Il primo passo è spesso il più importante: dare un nome a una ferita che, proprio perché invisibile, per molti anni è rimasta senza parole.

Riferimenti

Montano, A., & Borzì, R. (2019). Manuale di intervento sul trauma. Comprendere, valutare e curare il PTSD semplice e complesso. Trento: Erickson.

Autore/i dell'articolo

Dott.ssa Marianna Attinelli


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