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Quando la violenza è in famiglia. Uscire da un tabù. Intervista ad Antonella Montano.

Fa paura accostare il tema della violenza alla famiglia, ancora di più se questa violenza prende le forme dell’abuso sessuale. Per ragionarci abbiamo scelto di intervistare Antonella Montano, Psicoterapeuta, Direttrice Istituto A.T. Beck di Roma e Caserta

di Paola Di Lazzaro

Una recente statistica pubblicata dall’Unicef rileva che in 21 paesi – la maggior parte dei quali “sviluppati” – una percentuale variante tra il 7 e il 36% delle donne e il 3 e il 29% degli uomini afferma di esser stata vittima di abusi sessuali durante l’infanzia, e che la maggior parte degli abusi è avvenuta in ambito familiare. Questi abusi, inoltre, non vengono mai o quasi denunciati. Leggere questi numeri ci impressiona non solo per la portata del fenomeno ma anche e soprattutto per la scarsissima centralità che sembra assumere nel dibattito pubblico. Fa paura accostare il tema della violenza alla famiglia, ancora di più se questa violenza prende le forme dell’abuso sessuale. Per ragionarci abbiamo scelto di intervistare Antonella Montano, Psicoterapeuta, Direttrice Istituto A.T. Beck di Roma e Caserta (www.istitutobeck.com).

Dottoressa, come possiamo spiegarci che, in un mondo occidentale dove la liberalizzazione della sessualità e una costante esibizione e spinta alla ricerca e alla cultura del piacere anche sessuale, una persona vittima di violenza scelga di non raccontare la sua storia? La vergogna e la colpa avvolgono ingiustamente la persona abusata e questi sentimenti si prolungano fino all’età adulta diventando responsabili del silenzio in cui la vittima versa. Anche il senso di impotenza che ha sperimentato nel non poter fermare l’abuso, l’essersi sentito senza speranza fa percepire il survivor insicuro, anche da adulto, e non lo fa esporre, perché teme che altri possano danneggiarlo ulteriormente. Il fatto che non abbia fermato l’abuso, inoltre, fa sentire il survivor debole, diverso, inferiore agli altri, e questo fa sì che si estrometta volontariamente dal gruppo di appartenenza. Tutto questo contribuisce a farlo sentire immobile, intrappolato, solo nella sua vergogna. Inoltre, preferisce non esporsi per non riprovare la paura, il dolore, il disagio o la rabbia di sentire di nuovo quella vergogna. Anche il timore di non essere creduti o delle conseguenze che scaturirebbero da una confessione contribuiscono a mantenere il silenzio su quanto accaduto. Molti temono di fare del male agli altri qualora parlassero o credono erroneamente di essere stati complici sessuali dell’abusante. Questo perché può succedere che leggere o sentire parlare di abuso ecciti sessualmente. In realtà è un’esperienza comune, anche se in pochi lo ammettono apertamente. Ma comprendere questa esperienza è il primo passo per alleviare una parte della vergogna.

Proviamo a paragonare lo sviluppo della sessualità e del rapporto con la sessualità tra un bambino che ha subito violenze e uno che non le ha subite in un percorso che va dall’infanzia all’età adulta. Cosa succede? L’abuso sessuale ha sicuramente degli effetti gravi a lungo termine per tutti, che dipendono però anche da altre esperienze di vita, quali la durata dell’abuso, la sua severità, il tipo di legame della vittima con l’abusante in termini di fiducia, le dinamiche della famiglia, e la presenza o assenza di supporto al bambino. Altri fattori sono la povertà, il divorzio, la disabilità, l’essere figli unici e altre forme di famiglie disfunzionali. Tutto questo influisce sull’autostima, perché da adulte le vittime, come abbiamo già detto, possono pensare che è stata una loro colpa, di non avere abbastanza valore e di essere diverse dalle altre persone. Dal momento che quasi sempre nessuno le ha aiutate a dare un senso a quell’esperienza, hanno concluso da bambine che doveva esserci qualcosa davvero di terribile in loro. Alle vittime di abuso non viene data la possibilità di esplorare il sesso in un modo appropriato all’età. Il survivor impara che il desiderio dell’abusante è terribile, una forza fuori controllo. Le prime esperienze sessuali del survivor sono collegate alla vergogna, disgusto, dolore e umiliazione. Questo determina un potente imprinting per le esperienze future. Il bambino cresce confuso circa le differenze tra affetto e sesso, intimità e intrusione.

Questo vale anche per quanto riguarda lo sviluppo sentimentale? Certamente, i survivor spesso sono inconsapevoli o reprimono le loro emozioni. Come adulti, inoltre, sono estremamente disconnessi dal loro corpo e non ne hanno consapevolezza. Per quanto riguarda l’intimità fisica, poi, molti si fidano in modo inappropriato o non si fidano per nulla. Le relazioni che combinano amore e sesso sono viste come confusive e pericolose. Più specificatamente, lo sviluppo normale della sessualità viene interrotto. Molti survivor sono celibi o scelgono partner che non vogliono il sesso o trovano altri modi per evitare di avere una vita sessuale. I survivor spesso hanno paura del sesso, lo vedono come qualcosa di sporco o come qualcosa di obbligatorio da mettere in atto. A volte si forzano di andare oltre, anche se sono anestetizzati, assenti o in preda al panico. Ci possono essere fantasie di violenza o dell’abuso e questo fa vergognare profondamente i survivor. Altre volte hanno dei flash dell’abuso e non sono in grado di differenziare tra l’abusante e il partner attuale. Spesso il sesso diventa un campo minato di dolore, di associazione di ricordi. Altri agiscono, invece, in modo promiscuo e marcatamente sessuale. L’abuso ha insegnato loro che sono buoni solo per il sesso, quindi si comportano in modo da soddisfare questa aspettativa, a volte anche facendo sesso non protetto. Il sesso diventa così il modo principale per sentirsi connessi e accuditi.

Quali sono le qualità che dovrebbe avere un partner che scopre di stare a fianco ad una persona che ha subito violenza? Quando si è vicini a una persona che ha subito un abuso, è naturale empatizzare con il suo dolore, rabbia, vergogna o tristezza. Amare un survivor vuol dire amare qualcuno la cui sofferenza è incontrollabile e il comportamento spesso imprevedibile. La guarigione è lenta e il cambiamento non sembra mai abbastanza veloce. Il partner di un survivor dovrebbe possedere doti di compassione, flessibilità, pienezza di risorse data dalle conoscenze sull’abuso, pazienza, senso dell’humor come antidoto alla pesantezza della guarigione. È importante, infatti, incoraggiare il survivor a sorridere, a prendersi delle pause, a divertirsi.

Italia, Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania sono gli unici paesi dell’Europa a non avere l’educazione sessuale come materia obbligatoria d’insegnamento. Ma anche laddove questi corsi sono presenti da decenni sono considerati soprattutto come strumento per garantire la salute fisica e psicologica della popolazione, ridurre le gravidanze precoci e contrastare la diffusione delle malattie. Nessun riferimento o quasi ai temi dell’abuso, ma neanche a quelli di una corretta informazione su cosa è il piacere sessuale. Perché non siamo ancora pronti? E cosa andrebbe fatto, anche in Italia? Sebbene nella nostra società si sia cominciato a dire di no all’abuso fisico e sessuale, questo “no” è relativamente recente. Molto spesso gli abusanti godono di sospensioni della pena detentiva e comunque la punizione per aver abusato di un bambino non è mai corrispondente alle conseguenze fisiche, psicologiche e morali del crimine commesso. Nella nostra cultura perseguire un abusante è difficile: i bambini vengono incoraggiati a parlare, a confessare ma poi il sistema di giustizia non è talvolta così preparato da intervenire in modo adeguato. Per quanto riguarda l’educazione sessuale, l’Italia non è ancora al pari degli altri paesi europei per tutta una serie di tabù, provenienti anche dall’educazione e dalla chiesa. E gli abusi, invece, non vengono denunciati per tutta una serie di ragioni illustrate magistralmente da Laura Davis (1991): “gli abusanti sono membri rispettati dalla comunità; portano il pane a casa e la famiglia si affida a loro; sono madri e le madri non fanno del male ai loro figli; la casa di un uomo è il suo castello; nessuno vuole vederlo; il vicino si è girato dall’altra parte, l’amico di famiglia non vuole problemi, l’insegnante è preoccupata di perdere il lavoro, il pediatra ha coperto tutto, il vicino vuole mantenere la pace, il prete ha detto di pregare, l’assistente sociale era sovraccarica di lavoro e quello del negozio sotto casa non sapeva cosa fare”.

Cosa si sentirebbe di dire a una persona che legge questo articolo e che è stata vittima di violenza? Le persone che hanno subito un abuso sono piene di messaggi negativi verso se stesse e il loro futuro. Il percorso di guarigione inizia condividendo la propria sofferenza e parti dolorose della propria vita con altri da cui possono sentirsi comprese e non giudicate perché conoscono quella sofferenza e quel dolore. Il Vaso di Pandora che ho creato su base volontaria insieme alla dott.ssa Rita Vadalà e al prof. Lorenzo Defidio è un posto al sicuro per sentirsi accolti e poter parlare della propria esperienza al fine di superarla.

 

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