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Banali divorzi spesso celano della violenza

Avvocatessa Alessia Schisano Foto

Violenza assistita, maternità segreta, abusi e violenze domestiche, ma non solo. Anche storie, racconti di vita di chi durante il Covid-19 è riuscito a denunciare le continue violenze subite.

Sono solo alcuni degli argomenti che abbiamo trattato in una lunga intervista all’Avvocatessa Alessia Schisano avvocatessa cassazionista, specializzata in diritto di famiglia e minorile, mediatrice  familiare e civile oltre che Curatore Speciale di tanti minori .

di Federica Rondino

Secondo l’ultimo rapporto di Save The Children (2018), sono stati 427.000 i minori, in soli cinque anni,  testimoni diretti o indiretti dei maltrattamenti subiti in casa dalle loro madri. In questo caso si parla di Violenza assistita. Ci potresti spiegare di cosa si tratta?

Si ha violenza assistita nei confronti di un minore ogni qualvolta quel minore assiste personalmente, materialmente, ossia in via diretta ad atti e manifestazioni violente perpetrate solitamente da un genitore verso l’altro, il più delle volte dal padre verso la madre. Parliamo quindi di violenza fisica, maltrattamenti, botte, ma anche urla, cattive parole, insulti, minacce spesso anche di morte, quindi anche di violenza psicologica, economica e non solo fisica.

Il soggetto vittima di violenza assistita è colui che non viene coinvolto materialmente nell’atto violento, ma assiste come se fosse uno spettatore da cui il nome appunto violenza assistita. “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori”. Quest’ultima è la definizione offerta dal Cismai (Coordinamento italiano dei Servizi contro il maltrattamento e l’abuso sull’infanzia).

Cosa può fare legalmente (e non) un minore testimone di una violenza domestica?

 Dobbiamo, in primo luogo, considerare l’età del minore. Non sono mancati esempi di figli adolescenti che si siano addirittura frapposti fisicamente tra i due genitori cercando di separarli. Cercando di far allentare la presa dell’uno sull’altro o anche chiedendo aiuto, aprendo una finestra, gridando dal balcone o dalla finestra di casa, aprendo la porta e chiedendo aiuto ai vicini o, ancora, chiamando la polizia, i familiari, filmando le scene.

Dipende, quindi, dall’età e direi anche dalla corporatura del minore. Più il minore è piccolino, non soltanto in termini di prestanza fisica, ma anche anagrafici e più sarà difficile che riesca ad aiutare materialmente il genitore in difficoltà e a chiedere aiuto. Anche se non sono mancati esempi di bambini piccolissimi che con il pianto, con le urla, hanno attirato l’attenzione dei passanti e dei vicini riuscendo così ad attivare i soccorsi.

Dipende dall’improntitudine di ognuno e occorre considerare anche se si tratta del primo episodio di violenza a fronte e del quale si è sempre più impreparati (l’effetto sorpresa) o se ci sono stati già altre occasioni in precedenza. Magari al secondo, al terzo accadimento ci si è già tristemente organizzati. Addirittura – e al riguardo non sono mancati racconti da parte di alcune mie assistite – è accaduto che madre e figli si organizzassero sul come reagire: “Mamma la prossima volta che papà fa così io intervengo, io apro subito la porta delle scale e chiedo aiuto, chiamo i carabinieri.” E’ altrettanto vero, però, che ogni episodio (e dinamica relazionale violenta) rappresenta un caso a sé e, per quanto uno si possa preparare, non sempre si riesce ad essere efficaci, pronti come si era immaginato e programmato. Senza dubbio la tempistica è importante anche in queste fasi per scongiurare il peggio perché, alle volte, è una questione di attimi.

In termini legali, i minori possono testimoniare in sede penale e possono essere ascoltati in sede civile anche se in termini civilistici l’audizione del minore non è un mezzo di prova – a differenza delle indagini e dei giudizi in sede penale – sebbene il minore racconterà al magistrato o ai suoi ausiliari a ciò preposti anche dei maltrattamenti subiti e/o a cui assistito e la sua narrazione avrà certamente rilevanza in termini, ad esempio, di affido e di provvedimenti “de potestate”.

Banali divorzi spesso celano della violenza

Si, molto spesso le “banali” separazioni nascondono in realtà abituali e tragici vissuti di violenza endofamiliare, di violenza domestica. Le donne spesso si separano non soltanto perché si è esaurita la relazione affettiva nei confronti del marito o del convivente ma anche perché non riescono più a sopportare le violenze, le minacce, i soprusi e le prevaricazioni spesso quotidiane.

Alludo, chiaramente, non solo ai maltrattamenti fisici che sono i semplici da dimostrare perché segnano il corpo, ma anche alla violenza psicologica ed economica, che sono più subdole perché minano l’anima delle persone attraverso insulti, denigrazioni, affermazioni svalutanti e di motteggio che infliggono dei seri colpi all’autostima e all’autonomia di pensiero, di giudizio. Sono dinamiche, purtroppo, molto comuni ma più complesse da dimostrare

La violenza uomo-donna è anche una questione economica, soprattutto al Sud Italia dove le donne lavorano meno e guadagnano meno. Minacce come: “Se mi lasci non ti darò soldi, vivrai male.” “Se tu te ne vai, i tuoi figli non avranno i soldi per il pane, per il latte. Tu sarai sempre una mia dipendente etc… tornerai da me strisciando…”. Sono tutte frasi, purtroppo, ricorrenti.

Ci sono casi che finiscono direttamente davanti al Tribunale Penale stante la gravità della violenza e dei maltrattamenti subiti ed ovviamente denunciati o segnalati all’A.G.

Il classico esempio è quello del vicino che allerta le Forze dell’Ordine perché sente delle grida promananti da un appartamento adiacente, sopraggiungono, ad esempio, i Carabinieri e trovano il marito, il convivente, il fidanzato che sta malmenando la moglie, la compagna, la fidanzata in quel caso c’è l’arresto e chiaramente l’allontanamento (c’è la flagranza del reato).

Ci sono altri casi, invece, in cui è la donna a prendere l’iniziativa allontanandosi dalla casa coniugale assieme ai figli, beh allora deve avere necessariamente un salva condotto, ossia, se non è economicamente autonoma, deve sapere dove andare a dormire e come potersi mantenere.

La tutela economica in sede giudiziale c’è, ma, ovviamente non scatta nell’immediato, per quanto, nel nostro ordinamento, ci sia una normativa molto più stringente rispetto al passato che tuteli madri e figli.

Occorre, allora, investire ancora più risorse economiche nelle strutture di accoglienza: ritengo che per contrastare efficacemente la violenza su donne e minori occorra condurre delle battaglie culturali che coinvolgano anche gli uomini: bisogna radicalmente modificare la mentalità; poi bisogna investire nella formazione – c’è una rete che occorre strutturare attorno alle vittime di violenza e questa rete deve essere costituita da persone formate e non improvvisate, penso alle Forze dell’Ordine, ai SS, agli educatori, psicologi oltre che agli avvocati e ai magistrati, poi, bisogna puntare sulla educazione agli affetti e ai sentimenti investendo anche in strutture di accoglienza, per fare tutto ciò occorre un sostanzioso stanziamento di fondi.

Quando invece è il minore ad essere vittima di violenza e/o abuso da parte di un genitore cosa accade?

Quando il minore è vittima di abusi e/o di maltrattamenti occorre attivare – se non è già stato fatta d’ufficio – una procedura ad hoc. Quando, per esempio, il padre è il soggetto abusante la tutela può dispiegarsi in sede sia civile che penale.

In sede civile che è il mio ramo di competenza specifica in termini professionali si richiede la decadenza dalla responsabilità genitoriale (art. 330 c.c.).

Il genitore maltrattante ed abusante non potrà più esercitare la responsabilità genitoriale sulla prole ma dovrà ugualmente provvedervi in termini economici. In altre parole, nulla più potrà decidere né potrà incontrarli, ma dovrà mantenerli.

C’è una tutela economica ma anche della integrità della persona. Molti giudizi, più di quanto uno possa immaginarsi, iniziano come separazione conflittuali e poi, invece, emergono dei vissuti di violenza terrificanti che modificano l’iter processuale.

Il PM diventa parte effettiva, nel senso che compare alle udienze, formula richieste etc. viene nominato un curatore, spesso il genitore viene dapprima sospeso in attesa di verifiche ed i figli lo incontrano in luoghi e con modalità protette.

Sono attivati i servizi sociali che operano un monitoraggio sugli incontri del genitore allontanato con i figli e riferiscono all’A.G. sulle dinamiche. Si interviene sostenendo i minori e cercando di “correggere” ,per quanto possibile, le dinamiche errate degli adulti.

Un’altra cosa molto importante è che i minori di anni 12 o anche più piccoli, ma che possiedono un certo grado di maturità, discernimento ed autonomia di giudizio, possono o meglio devono essere ascoltati in tutte le procedure che li riguardano in sede civile e in sede penale. L’audizione del minore è diventata la regola, tanto è vero che un magistrato deve motivare la propria decisione se sceglie di non ascoltarli.

E’ evidente che la volontà del minore non viene sempre “soddisfatta”. Non sono mancati esempi di minori che hanno dichiarato di volere delle cose che, però, secondo i comuni dati esperienziali sarebbero state addirittura contrarie al loro benessere ed interesse. Ad esempio, se un minore dichiara di voler stare col padre abusante perché quel genitore risulta essere più seduttivo ed accattivante della madre che magari era essa stessa vittima del coniuge tanto da non riuscire ad imporsi e a tutelare il figlio, il Tribunale non accetterà mai di far continuare a stare il figlio con il padre.

I minori, però vanno ascoltati con la giusta cura, cautela, tatto ed attenzione perché spesso, attraverso la loro narrazione sono emersi particolari agghiaccianti che hanno mostrato agli inquirenti l’efferatezza dell’abuso

Quanto è importante il ruolo dell’insegnante nello scoprire possibili violenze sui minori?

Gli insegnanti ricoprono un ruolo molto importante nella scoperta della violenza, degli abusi, dei maltrattamenti, sia fisici che psicologici, perché raccolgono spesso le confessioni dirette e/o indirette degli alunni che si rivolgono a loro come se fossero dei confessori con cui si è stabilito un rapporto di empatia, fiducia ed accoglienza tale che il minore decide di fidarsi e di affidarsi.

Molto spesso, proprio dal mondo della scuola, partono delle segnalazioni significative che determinano l’apertura di procedure a tutela dei minori. Ti racconto di un caso verificatosi a Firenze ad una cara amica insegnante che mi ha chiesto dei consigli.

Durante il lockdown la scuola ha adoperato “la didattica a distanza”. Ebbene, durante una lezione la mia amica ha notato che una sua alunna minorenne appariva, sia pure attraverso il video, particolarmente stanca e provata, pertanto, le ha chiesto (in separata sede) cosa le stesse accadendo.

Ebbene, la minore, inizialmente, ha scelto la via del silenzio probabilmente per pudore, per paura, per senso della dignità – molte volte gli adulti non denunciano per la stessa ragione o anche per non sortire delle reazioni ancora peggiori.

Dopo un certo periodo, però l’alunna decide di rompere il muro del silenzio affidando alla scrittura, le proprie angosce e paure. L’insegnante, dopo aver letto, contatta la discente chiedendole spiegazioni. La minore le mostra anche delle foto della mamma con gli occhi neri e vistose lividure sul corpo.

L’insegnante mi coinvolge e io le suggerisco di spronare la madre a denunciare, sicché la madre, confrontandosi con l’insegnate contatta durante l’uscita per recarsi a fare la spesa, si decide ad andare dai Carabinieri che acquisite le foto ed i referti provvedono ad allontanare immediatamente il coniuge maltrattante.

Madre e figlia sono rimaste nella casa coniugale ed oggi ha avuto inizio il processo in sede penale.

Un altro caso che sto seguendo che coinvolge un insegnante.

Sempre durante il lockdown un’altra insegnante riceve un tema da una bambina di 9 anni la quale è molto afflitta ed addolorata perché non sa non sa se riuscirà ad ultimare nemmeno la cd. didattica a distanza perché il papà separando ha deciso che non pagherà più le utenze non verserà più il mantenimento ma forse solo una minima parte di esso.

Nel tema sono evidenti le preoccupazioni ed il grido d’allarme: “non avremo internet, non avremo il telefono, abbiamo già una riduzione della luce perché non riusciamo a fare la doccia con l’acqua calda e ad asciugarci i capelli infatti andiamo da nonna quando è possibile, sono molto triste come farò con la scuola?”.

Sia il casi di Firenze che quest’ultimo di Napoli sono situazioni che avvengono in un contesto sociale medio alto ed economicamente benestante, ciò nonostante la violenza – che è endemica – serpeggia fra le mura domestiche.

Non si tratta, quindi, di quartieri sempre degradati, di persone ignoranti la violenza non conosce le differenze sociali ed economiche.

Bisogna temere molto il dottor Jekyll e Mister Hyde, quelli che all’esterno sono persone in apparenza normali, magari anche “di chiara fama” che nascondono, invece, un privato inquietante e violento.

Le mura domestiche possono facilmente trasformarsi in una prigione, diventare una trappola. Sono il luogo degli affetti, il luogo dove noi tendiamo ad abbassare le nostre difese, quindi sono il luogo in cui siamo certamente più vulnerabili.

Inoltre, la presa d’atto di essere divenute oggetto di violenza noi o un nostro figlio rappresenta un’elaborazione lunga e senz’altro dolorosa: abbiamo delle remore nel riconoscerci come vittime di violenza.

Non pensiamo mai che gli altri di cui sentiamo queste storie devastanti potremmo essere noi, invece, nessuno è immune e può aprioristicamente definirsi o ritenersi immune dalla violenza che è trasversale, come dicevo poc’anzi, sia da un punto di vista sociale che economico.

Puoi farmi un esempio di un caso che ti è rimasto impresso sulla difficoltà a vedere la violenza vicino a noi?

Anni fa difesi una signora che stava per essere buttata giù dalla tromba delle scale dal marito militare. Questa violenza avvenne davanti al bambino che gattonava appena. Con il pianto e le urla il piccolino era riuscito a richiamare l’attenzione della vicina, quindi a salvare la propria madre.

La vittima denunciò il marito e quando venne da me la procedura in sede penale era già in corso. Con lei c’era la madre la quale invece di chiedermi di tutelare la figlia e la nipote in sede civile, era ansiosa di recuperare i soldi spesi per i lavori effettuati nella dimora coniugale e al recupero degli oggetti, sventrò l’abitazione portando via dagli split alle porte ai bastoni delle tende.

Comprenderai bene che con una figlia che è stata in procinto di morire e una nipotina sofferente finanche di enuresi notturna i beni materiali avrebbero dovuto rappresentare l’ultima richiesta, in effetti, però, la madre della mia assistita era orgogliosamente convinta che il genero giammai le avrebbe ucciso la figlia perché cose del genere, secondo lei, accadono solo alle donnacce e non alle persone perbene, da allora, mi sono imbattuta ancora in casi e mentalità simili.

Un tema che so ti sta molto a cuore è la maternità segreta: di cosa si tratta?

Il riferimento normativo è il Decreto del Presidente della Repubblica – DPR – N. 396 del 2000, art. 30 che ovviamente ha forza di legge. Purtroppo il parto anonimo e/o la maternità segreta che dir si voglia è molto poco conosciuta e poco usata.

Invece, questo articolo rappresenta una salvezza perché consente alle donne che non vogliono o non possono abortire e non possono nemmeno crescere ed allevare il proprio figlio di evitare gesti estremi come l’abbandono del neonato o peggio l’infanticidio. La legge, infatti, consente alle madri di partorire in ospedale, in sicurezza e in segretezza, ossia di ricevere sia la madre che il neonato tutte le cure del caso.

La legge permette alla madre di non riconoscere il neonato e nessuno le dovrà e potrà dire o fare alcunché.

Il bambino, nato attraverso questa procedura, viene segnalato immediatamente dal personale sanitario al Tribunale per i minorenni e si apre immediatamente la procedura di adozione.

Viene nominato un tutore/curatore che fa le feci della madre fintanto che non si perfeziona e si conclude la procedura di adozione. Così facendo la procedura di adozione è molto più veloce e il minore, dopo le dimissioni dall’ospedale, o viene per un periodo accolto in una casa famiglia o addirittura dato già in affido chiaramente con annesso monitoraggio dei SS e con la presenza del Tutore e del TpM.

Quindi al minore è assicurata la massima tutela e garanzia di salvezza e la mamma ha partorito in anonimato non subendo alcuna conseguenza legale. Dovremmo avviare una campagna di informazione, perché questa norma che ha 20 anni è ancora poco conosciuta e poco adoperata: potrebbe diventare una battaglia de “Il Vaso di Pandora” me lo auguro.

La Legge 19 luglio 2019, n. 69, comunemente definito il codice rosso che cosa è?

E’ una legge che ha determinato delle grandi modifiche a tutela delle donne vittime di violenza perché da una parte ha introdotto nuove figure di reato, dall’altra ha inasprito con sanzioni e pene detentive reati già esistenti del Codice Penale

Raptus omicida, cosa non torna in questo termine leggendo i numeri durante il covid-19?

Undici femminicidi durante il Covid-19. Se consideriamo come due mesi abbondanti di lockdown è un numero considerevole, ma ti dico che data la dinamica di soggezione delle donne maltrattate mi sarei aspettata anche numeri più elevati.

Tutti noi siamo stati chiusi, costretti a vivere h24 senza distrazioni, senza possibilità di uscire se non per motivi necessari e contingentati. Questa situazione sicuramente ha esasperato situazioni conflittuali già esistenti ed ha surriscaldato gli animi, alcune mie assistite si sono molto lamentate per la violenza psicologica subita ma non hanno voluto denunciare; immagino ci sia stata molta violenza cd. sommersa, ossia subita, vissuta, agita e non denunciata, per essere più precisi, al di là degli 11 femminicidi occorrerebbe verificare il numero delle denunce.

Quanti uomini invece che si sono trincerati dietro il raptus non l’hanno avuto e sono stati buoni temendo di essere subito arrestai? Perché, parliamoci chiaro, era complicato anche poter evadere e scappare una vettura in città o in autostrada sarebbe stata notata ed intercettata immediatamente.

Era difficile far sparire prove e non farsi sentire dal vicinato nel silenzio di quei giorni, quindi gli uomini non uccidono sempre in preda a un raptus ed io l’ho sempre sostenuto.

La mia è ovviamente una provocazione. Perché è stata una mattanza, ma data la situazione, potevano essere molti di più, quindi non è vero che si uccide in preda a un raptus. Spesso il raptus è un tecnicismo giuridico per cercare di ottenere delle pene ridotte per l’omicida. Questa, però, è una mia riflessione.

Come un’associazione come il Vaso di Pandora può essere utile?

Può fare delle campagna di sensibilizzazione tese a educare le nuove generazioni agli affetti e ai sentimenti al rispetto di sé e degli altri a diventare consapevoli quando si è vittime di violenza, insomma a formare, educare, sensibilizzare.

Se io sono arrabbiato perché non ho ricevuto amore devo riuscire a dire: “sono arrabbiato perché non mi hanno dato amore”, ma non devo prendermela con l’altro perché mia mamma non mi amava. Bisogna agire sulla cultura dei sentimenti per evitare che ci siano carnefici, ma anche per non rendere le donne e le persone deboli vittime del disamore o dell’amore malato perché poi sappiamo bene che questo attiva delle dinamiche invischianti sino agli epiloghi più brutti.

Inoltre mi piacerebbe che il Vaso di Pandora pensasse a una campagna di sensibilizzazione sulla maternità segreta.

 

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