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Essere vittime di violenza di genere è un evento traumatico che può portare a una significativa riduzione del benessere psicologico e fisico della donna. I sintomi depressivi e quelli riconducibili al Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS) risultano maggiormente presenti tra le vittime di abusi, e in particolar modo, nel caso in cui la donna abbia subito anche altri traumi durante il corso della propria vita.
Il silenzio, l’indifferenza o il disinteresse trasmettono una tacita approvazione della violenza di genere. Al contrario, la consapevolezza, il riconoscimento del problema e la necessità di risolverlo, eventualmente rivolgendosi a un professionista, sono il primo passo per iniziare a stare bene.

Esistono numerosi interventi rivolti alle vittime di violenza di genere e finalizzati alla riduzione della sintomatologia traumatica. La maggior parte dei trattamenti, la cui efficacia è comprovata, fa riferimento a quelli originariamente sviluppati per affrontare eventi traumatici del passato come maltrattamenti e abusi infantili. Nella cura delle donne vittime di violenza di genere, va comunque considerato che oltre all’elaborazione di un possibile trauma passato è fondamentale avere un piano per la gestione di un presente forse ancora pericoloso e che può continuare a mettere in discussione la percezione di sicurezza della vittima. Non va dunque sottovalutato il potenziale distruttivo dell’ex partner violento, che potrebbe continuare ad abusare, con azioni che vanno da minacce verbali, stalking fino all’irreparabile femminicidio. Per questa ragione sono state istituite delle case rifugio, che accolgono le donne vittime di violenza ed eventualmente i figli minori e offrono un luogo sicuro per sottrarsi alla violenza dell’ex partner che spesso aumenta nel periodo in cui la donna tenta di separarsi.

Studi scientifici dimostrano che nel trattamento di vittime di violenza di genere la terapia cognitivo comportamentale risulta molto efficace, in particolar modo nella riduzione dei sintomi del DPTS e della depressione. A tale scopo sono impiegati una varietà di trattamenti a breve termine che comprendono sia tecniche cognitive (come imparare a pensare a qualcosa di diverso su di noi e sugli altri da quello che tendiamo a pensare automaticamente) che comportamentali (che permettono di costruire abilità finalizzate a solidificare i concetti emersi durante i colloqui). In relazione alle disponibilità del paziente, la terapia cognitivo-comportamentale per le vittime di violenza prevede l’uso di tecniche immaginative (Imagery Rescripting and Reprocessing Therapy) e di esposizione all’evento traumatico e alle emozioni da esso suscitate: la donna con la guida del terapeuta viene invitata a parlare della violenza subita e delle emozioni che emergono ed in un fase successiva a intervenire all’interno dell’episodio con delle azioni riparative con le quali “riscrive un nuovo finale”. Il fine è di regolare la risposta emotiva a esso e di sostituzione del ricordo traumatico con uno di superamento grazie al quale la vittima lentamente riacquisisce il senso perduto di potere sugli eventi. I trattamenti cognitivo-comportamentali per le vittime di violenza di genere infine possono integrare i protocolli di cura con terapie di terza generazione a orientamento corporeo: in questo caso la psicopatologia è vista come una rottura degli equilibri tra corpo-mente-spirito-ambiente suggerendo che i trattamenti efficaci debbano lavorare anche su tutta la persona. Tra queste, troviamo la Mindfulness,  la Terapia senso-motoria  e  il Trauma Sensitive-Yoga.
Gli interventi cognitivo-comportamentali che si rivolgono alle donne vittime di violenza possono essere condotti in setting individuale e/o di gruppo, e non sono incompatibili, anzi quando è possibile è auspicabile che le donne vittime di violenza li seguano entrambi.

Trattamento individuale

La terapia individuale prevede generalmente uno o due incontri a settimana. Le sessioni includono la psico-educazione sul DPTS e sulla violenza di genere (dipendenza affettiva, tipi di violenza, ciclo della violenza), la gestione dello stress, la regolazione delle emozioni e l’esposizione all’evento traumatico in immaginazione. Si prende anche in considerazione l’eventualità di rivolgersi a delle case rifugio per garantire la sicurezza della donne e dei figli minori.

Si affrontano i temi salienti per le donne maltrattate con particolare riferimento a cinque aree ritenute compromesse in seguito agli episodi di violenza:

1. Senso di sicurezza
2. Fiducia
3. Potere/controllo
4. Autostima
5. Intimità

Durante gli incontri si forniscono risposte alle preoccupazioni frequenti e sono individuate e riformulate le credenze negative su di sé e sugli altri e le convinzioni inaccurate che aiuterebbero a mantenere i sintomi del trauma come quelle riguardanti il senso di colpa (per il matrimonio fallito, per gli effetti sui bambini, per la decisione di essere rimaste o di andare via, per aver in qualche modo provocato la violenza come spesso manipolativamente asserisce il partner), l’assertività e le abilità di auto-difesa, le strategie per mantenere un eventuale contatto con l’ex partner (soprattutto per quanto riguarda la custodia dei bambini o per regolare le visite), il rischio di ricaduta, il probabile ritorno del partner e le strategie per identificare ed evitare potenziali partner violenti in futuro.

Ci si concentra molto sull’empowerment e quindi sul restituire potere alle vittime: il fuoco è sulle esigenze e sulle scelte individuali per aiutare le donne a sviluppare le competenze necessarie per raggiungere gli obiettivi personali.
Le sessioni successive si concentrano sulla costruzione di abilità cognitive e comportamentali, per gestire i sintomi del DPTS e i fattori scatenanti. Sono possibili moduli opzionali che affrontano questioni comuni concomitanti, come l’abuso di sostanze e la gestione del dolore e della perdita.

Gli studi di efficacia hanno dimostrato che la partecipazione delle donne in progetti terapeutici di questo tipo riduce significativamente l’eventualità di rivivere un abuso nei sei mesi successivi l’inizio della terapia ed è stato registrato un importante miglioramento dei sintomi depressivi, dell’empowerment e delle risorse personali e sociali delle vittime nella percezione di supporto sociale.

Trattamento di gruppo

Numerosi studi hanno dimostrato che la terapia di gruppo può essere un utile strumento per il trattamento delle donne vittime di violenza di genere, sia da sola che in concorso con la terapia individuale. Come per quest’ultima, la partecipazione ai gruppi riduce nel tempo i sintomi depressivi e quelli legati al DPTS, che in genere fanno la loro comparsa in seguito al primo episodio di violenza. La terapia di gruppo aiuta inoltre le donne vittime di violenza a comprendere che il loro dolore è condiviso e comprensibile e a sentirsi incoraggiate e supportate mediate un atteggiamento non giudicante, un’esperienza che molto probabilmente è stata assente nella loro vita. Il gruppo è composto da un minimo di 5 a un massimo di 15 persone e gli incontri hanno cadenza settimanale: con la partecipazione a questi gruppi le donne apprendono di non avere bisogno di essere dipendenti dagli altri e di concedersi completamente per sentirsi al sicuro. Nelle fasi iniziali del trattamento, vengono fornire informazioni sullo sviluppo e sul mantenimento delle relazioni di dipendenza affettiva, sulle varie forme di violenza, sugli effetti del trauma e sui sintomi del DPTS. Infine, il lavoro si concentrerà sulle capacità di coping (come far fronte alle situazioni stressanti) e sulle tecniche di comunicazione efficace, lasciando sempre uno spazio di discussione con le altre persone del gruppo. Tra le tecniche impiegate nella terapia di gruppo un ruolo chiave è ricoperto dal role playing o gioco di ruolo con il quale vengono messe in scena specifiche dinamiche relazionali che permettono alla donna di comprendere come stare nella relazione senza l’uso della manipolazione o senza subirla. Inoltre tale tecnica è utile nell’acquisizione di abilità come l’espressione della rabbia: il riconoscimento della sua legittimità senza essere necessariamente giudicate o abusate è un modo per riacquisire potere e dignità per sé stesse. Le tecniche immaginative, come quelle descritte nell’Imagery Rescripting and Reprocessing Therapy, presenti anche nella terapia individuale, sono finalizzate a un’elaborazione più profonda del vissuto emotivo e ad aumentare la fiducia nelle vittime nella loro capacità di riscrivere il finale della loro storia traumatica. Le donne all’interno del gruppo sono libere poi di interagire per far acquisire loro le competenze interpersonali efficaci.
La terapia di gruppo, sola o in concomitanza con quella individuale, è fortemente indicata: la maggior parte delle donne vittime di violenza possono trarre numerosi benefici dal fatto di non sapersi sole in questa lotta.